Jonathan Colombo/Foglio d’appunti

Jonathan Colombo, foglio d’appunti, matita e penna su carta, 2025.

Fissando il foglio che avevo tra le mani per tracciare una bozza d’idea ho pensato alla folgorante ovvietà d’avere un pezzo d’albero tra le mani. Urca! Ma quale albero? E quanto albero ho tra le mani?

Non c’è solo albero qui dentro! C’è anche colla per saldare la trama di cellulosa, il carbonato di calcio o simili per produrne la bianchezza, ma addentrandoci/allargandoci orizzontalmente incrociamo altri snodi pulsanti che costruiscono l’enigma reticolare dell’A4. C’è gesto, forza, pressione, taglio, sudore, profumi, imprecazioni, aspettative, genio, deforestazione, lacrime, e prima, dopo e durante sole, pioggia, temporali, sguardi, e via cosí. La cosa che peró mi sta inquietantemente abbagliando ora è la possibilitá. La possibilitá che l’antichissima ma attualissima tela bianca ha sempre arrovellato gli artisti, i grafomani, i pensatori, gli appuntatori d’ogni genere. Si spera quindi tutti.

Questo é sicuramente un lavoro poco catchy in mezzo a tanta pittura.

O forse puó incuriosire proprio per la stessa presunta carenza strutturale, anche se noi strasappiamo che la pittura é strabordata dal tubetto ormai da diverso tempo e la sua storia di ribellione travagliata e sorprendente potrebbe essere raccontata davanti ai focolari, quei pochi rimasti, dai nostri bisnonni – sappiamo anche che bisognerá raccontarla ancora, ancora e ancora fino a che non diventi filastrocca, per poi smontarla e ricomporla ancora, ancora e ancora.

Puó forse sembrare il solito lavoro radical chic che si fa forte dell’estetica dell’object trouvé, dell’epifania ordinaria (Duchamp: “vivo in uno stato di euforia costante”). Piú efficace: del far poco per ottenere tanto. Tutto questo apparentemente, aggiungo. Anche se per gli artisti patinati puó essere realmente cosí.

E quindi, cercando di essere efficace nel raccontarvelo, questo foglio d’appunti, mi viene spontaneo scriverne secondo un flusso analogo. Quello appunto dell’appunto, del pensare scrivendo, del trovare il punto piegando, disegnando, cancellando, ipotizzando, in un peripatetico flusso del discorso. Sicuramente svarioneggiando. Cercando di territorializzarmi, nei panni d’allucinato grafomane – capire quanto albero, capire quale albero ci sia in questo foglio – nella melma ubiqua di un deterritorializzante nulla di fatto. Non c’è modo, se non sognando d’esser fibra, nel nostro caso di cellulosa, di capire.

E cosí, ritornando al punto del dubbio di partenza si intravede che esso è sempre stato nel medesimo tempo quello d’arrivo, e che si trovava, insieme ai nostri occhi, mani e cervella, già dall’altra parte dello specchio. E come ben sappiamo, grazie alle intuizioni delle tante meravigliate Alici di questo mondo, tutto è sotto sopra, tutto è qui ma anche lí e forse là (lo stregatto Timothy Morton ci racconta infatti con gusto come, analizzando un atomo con i microscopi della fisica quantistica, gli scienziati non riescono a distinguere i quark che compongono l’oggetto analizzato dallo strumenti d’analisi). Verrebbe da farsi una domanda parafrasando De André: dove finisce la mia mano e inizia il foglio di carta? Per poi abbandonarla subito e tornare a farsi travolgere da quell’euforia costante che fa vibrare ogni quark di questo mondo. Giocando a capire, a quattro mani con le cose.

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L’opera è parte del progetto XILOGENESI.

Xilogenesi
La collezione di libri in legno di Eugenio Trevisan
Dal diciannovesimo secolo ad oggi
La storia, il restauro, l’arte contemporanea

Foto: Teresa De Toni



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