Le grafiche xilomonstre audreyticizzate e trifidiche son di teresa de toni

Xilomonsters
Espansione xilogenetica e mostrificazione del paesaggio
prodìgi e mòniti, legni pensanti, tronchi encefalici

Nuovo Spazio di Casso al Vajont
1 agosto / 31 dicembre 2026
Opening: sabato 1 agosto, ore 17.30

Mudlamb
performance all’opening
sabato 1 agosto, ore 18.30

Panorama fotovoltaico
Paolo Dal Pont
proiezione con audio su un muro dello spazio di casso
Ripresa video, audio catturato con pannelli fotovoltaici
Sabato 1 agosto, dalle ore 21.00 più o meno


Cinema H E D E R A (hey edoardo dovremmo eradicare questo ranuncolo acrobatico)
Giovedì 30 luglio
ore 19.00/22.00

Proiezione rampicanti sulla facciata dello Spazio di Casso
Popcorn con una terribile polverina verde botanica
A suo tempo verificheremo la proiezione meteo della settimana dell’opening; Se sabato piove, e non son meteore, cambiamo data all’ultimo, spostiamo di un giorno; se invece piove sempre la proiezione salta e la recuperiamo poi; ultimi aggiornamenti dal 25 luglio su questo sito e sui canali DC.

Film:

La piccola bottega degli orrori (Little Shop of Horrors), Roger Corman, 1960

L’invasione dei mostri verdi (The Day of the Triffids), Steve Sekely, 1963

Artisti a Casso: Marta Allegri, Francesco Ardini, Ariele Bacchetti, Michele Bazzana, Oliviero Biagetti, Ludovico Bomben, Cristina Calderoni, Simone Cametti, David Casini, Luca Campestri, Paolo Dal Pont, Lorenzo D’Anella, Riccardo De Luca, Bruno Fantelli, Marina Ferretti, Cristiano Focacci Menchini, Nicola Fraticelli, Sergio Gagliardo, Enej Gala, Riccardo Giacomini, Dimitri Giannina, Silvia Giordani, Andrea Grotto, Anna Marzuttini, Moe Yoshida, Giorgia Martinuzzi, Marco Mastropieri, Sergio Montoneri, Stefano Moras, Alessandro Pagani, Giulia Parisatto, Emma Perona, Chiara Peruch, Elia Peruffo, Silvia Pezzi, Lorenzo Piazza, Anna Poletti, Prometheus Open Food Lab, Angelica Renzi, Denis Riva, Francesco Ronchi, Ivana Sfredda, Alan Silvestri, Emma Soddu, Massimo Stenta, Kristian Sturi, Giulio Tesorati, Giuseppe Vigolo, Andrea Visentini, Nežka Zamar.

Artisti al Centro Studi per l’Ambiente alpino di San Vito di Cadore (opere di Xilogenesi 2025): Ariele Bacchetti, Grazia Bacchetti, Mattia Barbieri, Francesco Battistello, Giulia Maria Belli, David Casini, Jonathan Colombo, Elena De Angeli, Eliane Diur, Greta Fabrizio, Bruno Fantelli, Anna Furlan, Leonardo Furlan, Riccardo Giacomini, Agnese Guido, Sofia Izmailova, Megan Littlewood, Riccardo Lodi, Gabriele Longega, Anna Marzuttini, Marco Mastropieri, Alice Mazzer, Sebastiano Pallavisini, Chiara Peruch, Francesca Pieropan, Beatrice Pistolesi, Francesca Rinaldi, Francesco Ronchi, Bianca Francesca Serafin, Giacomo Silva, Alan Silvestri, Martin Schuster, Kristian Sturi, Tuorlo, Tommaso Viccaro, Giuseppe Vigolo, Sebastiano Zafonte, Rebecca Zen.

Orari di mostra a Casso:
agosto: aperto dal mercoledì alla domenica, 
in orario 10:00/12:30 e 14:30/18:30 – chiuso a ferragosto
settembre: aperto dal mercoledì alla domenica, 
in orario 10:00/12:30 e 14:00/18:30
da ottobre a dicembre: aperto quando segnalato, e su appuntamento per gruppi e scuole



La mostra è parte del programma dei Dolomiti Days 2026, iniziativa promossa dalla Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, che si realizza in collaborazione con Fondazione Dolomiti Unesco, Magnifica Comunità di Montagna Dolomiti friulane Cavallo e Cansiglio, insieme al Comune di Erto e Casso, e all’interno del programma diffuso connesso, che da quest’anno espande dc nei comuni di claut e forni di sopra.

Espansione xilogenetica e mostrificazione del paesaggio – prodigi e moniti, legni pensanti, tronchi encefalici

Quest’altra monstra è construita su due nuclei tematici principali.
1) Xilogenesi; 2) la mostrificazione del paesaggio.
Il primo tema ci porta all’interno di un progetto esemplare, condotto con l’obiettivo di valorizzare e accrescere uno specifico oggetto significativo della storia e della cultura alpina, nello specifico, connesso alla foresta e al suo studio.
Il secondo invece è un tema critico, che cavalchiamo da molti tempo senza farne mai un hobbyhorse (Sterne), indispensabile e utile anche a mitigare la bontà del primo, per non concedere a nessuno l’impressione, illusoria e fallace, che i buoni casi siano sufficienti a difendere il cosiddetto, predabilisssimo patrimonio, nella sua dislocazione generale, ovvero nella sua rappresentazione terrestre, da parte dell’uomo stesso, che è un santo, un cercatore, un catturatore e lucidatore di universali, un artista, uno scienziato, un educatore, certo: quando non si manifesta invece come un ignorante proditorio, un ladro, un deturpatore, un depauperatore.
In alcuni casi ed opere qui, i due nuclei tematici si toccano, dando luogo, come placche tettoniche, a sormonti e subduzioni, modellando ibridazioni sorprendenti, monde d’ingenuità, monstruose, con ciò intendendo non paghe, non ordinarie, poste ad un’altra scala (del valore), speciali quindi, certamente, come ogni pensiero bene architettato che erode certezza, e sensazionale, senza spettacolosità.
Ogni mostra (dc) è dunque un’arena, popolata di mostri terribili e spaventosi, ovvero salvi dalla ripetitiva propagazione del nulla, dell’abiezione accidiosa e nullificante, vivaddio, finalmente. Se non ti va c’è macarena.

La Xiloteca di Eugenio Trevisan e il programma di Xilogenesi

Nel 2025 abbiamo lanciato un progetto di ricerca, valorizzazione e implementazione della Xiloteca di Eugenio Trevisan, straordinaria biblioteca di botanica forestale già Patrimonio dell’Università degli Studi di Padova, conservata presso il Centro Studi per l’Ambiente Alpino Lucio Susmel di San Vito di Cadore, sede del Dipartimento Territorio e Sistemi agro-forestali Tesaf, con il quale collaboriamo dal 2018.
Il programma di Xilogenesi (www.xilogenesi.net) è incentrato sulla volontà/necessità della riscoperta di questa ragguardevole collezione, attraverso una visione orientata sì alla sua tutela, ma – pensiero e pratica DC – non esclusivamente attraverso gli strumenti della conservazione, pure essenziali, e che però non sempre bastano ad accrescere e comunicare adeguatamente il valore del bene, perseguendo lo sviluppo del suo potenziale, che è amplissimo, e non va prigionato, strozzato, arginato.
I libri in legno del XIX secolo sono stati restaurati.
Uno slancio rinnovativo crea con gli esemplari preservati una serie di legami organici ulteriori (mica scontato; cercare l’ulteriore è un’attitudine propria della, necessaria, insoddisfazione > voracità intellettuale), aggiornando la raccolta e aumentandola, proiettandola in un presente responsabilmente trasformativo. Questo dialogo viene affidato all’arte, attraverso la capacità di visione connettiva, di studio e di reimmaginazione propria del contemporaneo (mica scontata: per adottare il contemporaneo quale strumento della rinnovazione non bisogna esser seduti, nemmeno sulla poltrona del sapere tra gli alari della storia).
Lo scorso anno, quarantaquattro artisti hanno portato il proprio contributo, realizzando una serie di libri e una raccolta di disegni su carta, presentati in un teca-arca in cirmolo.
Con questi lavori si è costruito il primo trittico espositivo di Xilogenesi.
Le opere fan parte di un percorso di ricerca articolato, che, nelle prime fasi, ha condotto ad una serie di scoperte storiche e scientifiche rilevanti sulla Xiloteca di Trevisan ad opera del CAM Centro di Ateneo per i Musei dell’Università di Padova, altro soggetto fondamentale nell’economia di questo progetto e della rete, eterogenea e qualitativa, che lo sostiene saldamente, rete fatta da una serie di persone determinate e capaci, che spingono tutto, ruotando gli occhi attenti in ogni direzione, torretta snodata 360, non corazzata ma: assai bene articolata.

Nel caso dei disegni, nel 2025 abbiamo vincolato la produzione artistica ad uno standard di misura, chiedendo agli artisti di realizzarli in formato A4.
Per quanto riguarda le installazioni invece, pur non avendo posto condizioni di sorta, lasciando loro piena libertà di immaginare il proprio costrutto tematico e plastico a partire dai temi forestali, è accaduto che gli autori abbiano deciso tutti, autonomamente, di realizzare dei libri d’artista, impiegando i materiali più diversi (legno, metalli, ceramica, cemento, etc.), su formati perlopiù simili a quello degli esemplari originali della xiloteca (i libri in legno misurano 19×12.5×3.5 cm).

Giulia Maria Belli, Quercus robus, monotipo e olio su carta, 2025 (Xilogenesi).

Ora invece, nella seconda fase, che si manifesta in/da questa mostra collettiva a Casso e quindi, progressivamente, in quelle che abbiamo chiamato le sue espansioni territoriali, abbiamo liberato completamente i formati, aprendo ulteriormente lo spazio xilogenetico, nella misura fisica e tematica, ovvero mentale e nel paesaggio.

[cominciamo infatti e già lo vedi a cambiar registro dialettico, si va verso l’esplosione, la fusione del campione, una nuova dimensione, potenziamo ‘sto lampione – ancora, quando si scolpisce plasticamente la realtà in sogno d’ingegno – Ai Confini della Realtà ed oltre il suo verso prosaico – ecco che reintroduciamo i temi secondi, trattandoli, ancora, attentamente come i primi, sapendo e ridendo, di differenze e convergenze].

Abbiamo voluto abbandonare, espressamente, ogni vincolo-parametro, per proiettare i temi della collezione, attraverso altri medium, in altre direzioni, che sono proposte d’interpretazione, un progetto di piantumazione estetica, volto alla creazione di un Bosco-Giardino delle Delizie e delle Nequizie.
Senza le altre direzioni, rimarremmo sempre nel conforto dello spazio noto, ma allora a cosa servirebbero lo spirito palpitante d’incertezza, l’inquietudine poietica, la sensazione del vento nelle nari, che, con tutte le insofferenze e sensazioni e cogitazioni contrautomatiche, pervadono e determinano la ricerca e le riconfigurazioni del senso delle cose nei rapporti con altre conoscenze, pensieri, idee, visioni, culture, forme?

Molto lavoro è stato fatto sin qui, e questo lavoro, lo ripetiamo, non ha in alcuna misura esaurito il potenziale d’attrazione, di studio, d’interpretazione, d’interazione artistica, della Xiloteca di Eugenio Trevisan. Tutto questo lavoro, così ben fatto, anche nel libro assai accurato che a giugno 2026 abbiamo pubblicato, non è che un inizio, e un parziale sviluppo. Tutto ciò va portato avanti, se non si è stanchi, no non si è stanchi.

Ecco dunque che qui viene prodotta, e presentata, una serie nuova d’opere, diverse delle quali realizzate per l’occasione, altre selezionate per la loro coerenza con i temi proposti in mostra.

Vengono e verranno i quadri, gli arazzi, i video ed i film rampicanti, gli affreschi murali, le esplorazioni e le collaborazioni, territoriali ed internazionali, ad incrociare e intrecciare e ibridare paesaggi, umani e culturali, tematici e universali, nei racconti e nei teatri dell’uomo, che possono esser due cose: arene o luoghi dello spettacolo, dai secondi ci guardiamo.
Molte di queste opere vengono accolte nello Spazio di Casso, altre entrano in risonanza con esso a partire da altri ambiti e contesti, che le accolgono o le generano, ampliando la geografia penetrativa del programma, che si diffonde e va, come sempre in DC, toccando altri luoghi significativi sui quali intendiamo riflettere, riflettiamo.

In tal modo, Xilogenesi non rimane solamente un tema di mostra, non viene concentrato ed in qualche modo dunque perimetrato e confinato a Casso, divenendo invece l’anima tematizzante di un vitale nucleo esplorativo, che conduce i temi nel paesaggio-territorio o li deriva da esso, così costruendo una dinamica biunivoca di flusso, al tempo stesso concentrativa e diffusiva, che consente di leggere il percorso curatoriale, figlio di una visione intellettuale strutturalmente connettiva, come un metodo estroverso, espansivo, una tecnica ragionata delle aperture, degli inneschi e degli innesti, dell’irrigazione più che delle potature (ma servono anche quelle: peste colga la siepe in cagnetto e le micidiali modellazioni del verde a sensibilità d’estetica shampistica o improntate all’iperkitsch del ready-made folkloristico lunaparkizzato proprio della cialtroneria rusticana negli anni del declino – The Autumn Years/Der Untergang des Abendlandes, che è un pasto smodato frullato nel secchio senza l’apocatastatico finale della pasticca esplosiva pythonesca sbrattabudella – Final Insane > Lightning Bolt > Dracula Mountain), e così via.

Il modo d’intendere e interpretare il tema (verso, proiezione, intenzione, attenzione, selezione, connessione) lo rende parte d’un metodo, senza mai con ciò espropriarlo della propria piena essenziale autonomia, che però

[costituito com’è da un nocciolo esemplare, proprio perchè costituzionalmente dialettico ed interdisciplinare e vocato alla formazione di coscienza in relazione a contesto, ed anche per la qualità con cui esso stesso è stato affrontato e svolto, nella costruzione della collezione come nella sua solerte riossigenazione contemporanea]

si presta eccome a incapsulare i temi generosi dello sconfinamento, della ricerca delle radici di contatto, della rideterminazione spaziale, del dialogo e della lievitazione, e così via.
Insomma, alcune opere, temi, collezioni, sistemi e dispositivi della formazione, ben tagliati ma non rigidi, possiedono la facoltà intrinseca di condizionare e influenzare e modificare altre parti di realtà, laddove si decida di non limitarsi a contemplar proni la beltà della raccolta, così pigramente anchilosandola, e la si impieghi come soggetto e non come oggetto, come strumento (amplificante, conoscitivo) e non come spettacolo (fruizione passiva di prodotto confezionato, batter le mani gli è quasi reato), per porre relazioni di senso extraspaziali, ultramuseali, antistatiche, iperboliche, antischematiche, psicocognitive, evolutive, costruttive, creative, innervate, accurate, focalizzanti, ulteriorizzanti, trascendenti, danzanti, luminanti, e così via.

Questa politica o intenzione pluriversa, che accende e intensifica temi e significanti facendone metodo e culmine, senza spersonalizzare né disperdere la densità del significato e del segno, procede in ogni direzione, dalla fonte alla critica ma anche dalla critica alla fonte, generando così un ponte isotropo che non è un arcobaleno, ma una via intralpaesaggio traversolterritorio, una via del senso coltivato, il che prevede un viaggio attrezzato, o perlomeno la disponibilità a muovere infiltrare lo spazio, muoversi screzianti con creanza nello spazio, rifiutare la comodità fissa dell’unico punto emanativo, porta bene le ghette se non vuoi serbrare corrivo.

Ecco perché questa exposizione è aperta, prurima, binata, sin dall’inizio e non sol dalla fine.
Le protrusioni son circolari, ecco i tesi archi antivernacolari.
Ecco perché non presentiamo gli esemplari della Xiloteca di Eugenio Trevisan in questa mostra nella sede di Casso, ma vi invitiamo ad andarli a scoprire nel Centro binato, che è in luogo della loro conservazione, cura e miccia di rivalutazione, ovvero al Centro Studi per l’Ambiente Alpino Lucio Susmel di San Vito di Cadore, che è a 44 km da Casso, buon viaggio nelle Dolomiti, occhi ai turisti che son termiti, in realtà il viaggio è l’attraversamento dello spazio montano, che è il tema, abbiamo detto, e lo strumento, per come lo imbracciamo.
Spostarsi da un posto all’altro, se non si tratta di una villeggiatura ma di uno spostamento motivato rispetto a temi della ricerca e dell’impellenza, è importante almeno quanto lo stare fermi, e questo è un contegno proprio dei probi riflettenti anticabaret (Beckett, Bernhard, Walser).
Inalare, pensare, macinare, elaborare lo Spazio.
Verificarne le adesioni e i distanziamenti, le crepe e le inieizioni sensibili e gli straripamenti di lava linfa ed altri sieri verdastri transvitali brillanti alla notte orientati all’attorno, così sopporti e trasporti anche il giorno.
Rispetto a quel che abbiamo detto poc’anzi, quando con un ritmo di pressa ripetiamo le parole e le espressioni non è perché ne siamo a corto, ma per ribadire, insistere, concentrare, correlare, cementare, che equivale a non sprecare, cioè a ben dire, e forse, a qualcosa sì centrare, senza l’ossessione che è un pitale (quella triviale).
Rispetto a quello, facciamo notare che, non per caso, due periodi o tre quassopra, a proposito del valore tuttotondo di Xiloteca e Xilogenesi abbiamo parlato di diffondere connettere (le radici multiple che si ritrovano riconoscono meglio gli altrove, psichici, territoriali, culturali, spirituali, di paesaggio).
Allo-stesso-modo, quest’anno abbiamo lanciato un programma d’azione che tange ed incalza, scruta e riscava, i potenziali sopiti e i lembi inesausti di patrimonio latente sottotraccia o esemplare, di alcuni Comuni dolomitici che con noi voglion collaborare, e che sono Forni di Sopra e Claut, in questa fase, poi altri ne verranno. Questo programma si chiama Diffuso Connesso, Le sue iniziali son le nostre, DC, non perché teniamo noi vanamente o vanitosamente ad obliterar talune parole, ma perché anche qui le vogliamo correlare e legare, le parole e le lettere, come gli spazi ai potenziali, come i siti perduti agli usi non sciocchi mercè le idee concrete, gli immaginari ai reali, i generali ai particolari, e così via.
E, infin dei conti e al loro inizio (dei conti s’intende), che è lo stesso se non sei geometra o scoliasta, contabile o canasta, questa non è che la nostra radice prima: aprire scavare e riarmare, tutti gli altri vanno al mare.

Mostro, monstrum, le mostre, le accezioni della Mostrificazione, alcune Sante, altre Sassine.

Diciamo innanzitutto e come sempre, e preghiamo addirittura e pretendiamo anzi che ciò non accada più, mai più, ma invece accade sempre, ad ogni minuto

[da qui, ecco la necessità della roncola-critica; ecco la necessità gravosa per il buono di farsi intragico mostro svendicatore: la realtà depotenziata – indifferenza e stolidità dell’uomo scentrato distratto schiantato – comporta e pone un’insussistenza/irrealtà dei valori, in ciò facendosi temibilissima arma abdicatrice distruttiva nichilizzatrice, ovvero vettore di desolazione e d’aborto]

, e tu vedi spesso certi squallidi parassiti della mediocrità sistemica pervasiva depressiva infestante, schifosi mostri ablatori divoratori, profittarne voracemente, sbavando paesaggio; diciamo e preghiamo dunque, che non accada più, a chi decide d’esistere,

[purtroppo venir generati non basta, questa notazione vale solo per i pigri, che s’illudono d’esserci, forse come in un perfido sogno guermantesco: occorre infatti determinarsi nelle posizioni e nelle scelte; è quest’atto di presa di posizione critico, in realtà, che fa nascere un uomo, mica il parto, con cui ci si è limitati a gettarlo in pasto al mondo mostruoso e cattivo, o a coprire il buono del mondo con una schiuma di mostruosa banalità, che vive, certo: come un’alga a carena]

che non accada mai più d’esser sempliciotti, distratti, disattenti, banali, schematici, generalisti, proverbisti, qualcunquisti, ed in ciò per l’appunto mostrificanti il reale, nell’odioso verso del suo deprecato impoverimento, mentre al contrario è essenziale stare attenti a che certi termini e espressioni-trappola, adunchi virus perversamente spacciati per rotonde capsule prottettivi, travisati travestiti-abusati – eccone alcuni: semplice, cheto, silente, umile, rispettoso – non siano mal portati, non alloggino le tetra pigrizie e le incresciose indolenze increative più che le autentiche buone qualità del carattere e dell’equilibrio insieme alle imprescindibili volontà di verità, di correttezza, di schiettezza, di protezione, e così via, e tuttavia questo è proprio ciò che accade di continuo, l’abbiamo detto, eccome se accade, anche a causa di altri moventi oltre a quelli strutturali primi, costituiti dalla dabbenaggine, dalle sottodotazioni di sistema, haimè, dalla sfrontatezza dell’incuria, dall’intollerabile clinica piattezza arrogante del menefreghismo, dall’opportunismo che è una misera irricevibile patologia scragnesca, dalla pervicacia del potere che traverso i nonnulla, dolosi e dolorosi, governa gli insipienti colposi – circonvenzione di grettezza – e tra questi pessimi moventi ulteriori vi è anche, nascosta quanto evidente – questa merdosa malattia è di certo degna di nota – la gelosia del rinnovamento (che non di rado coincide con l’ansia pel contemporaneo), rinnovamento che, per chi è fermo, vuole star fermo, non sa che star fermo, vien tenuto inchiodato fermo, chiodi alle mani e alle tempie, diventa un gran tormento e terribile, nell’accezione negativa con cui viene abitualmente intesa questa parola che invece è ricca di altri significati, che ci interessano assai più di quelli, perché aprono alla differenza e alla scala travalicatrice; questa gelosia arpia che si pone come barriera insuperabile, generatore di livori fuoriscala, di vendette vigliacchesche, di polemiche sbavanti, di squalificazioni violente e aberranti.

Talvolta è da qui, proprio e anche a partire da questo ganglio nevralgico esposto come una frattura accapigliante, le cui spezze bianchesplose dei tronchi monchi non scorgiamo, perchè coperte di muschio e d’amorfe viscide alghe selvareche paludanti in corredo barocco (swamp thing), è qui, che par compiersi la battaglia tra il vecchio e il nuovo, tra il rispetto conservativo e la trasformazione distruttiva cosiddetti, ed è sempre sciocco, ovviamente, contrapporre in modo manicheo senza chiarire i modi del fare nell’esserci, ma questa gelosia ancora, in certi meandri della psicologia difensiva incognitiva, non è mica il campo d’una riflessione, e invece nient’altro che una piccola vergognosa paura annidata, simile e peggiore di quella che il bimbo o l’atrofizzato han per il mostro nel cesto connato (basket case), perché disincarnata dall’immagine e quindi più pura e assoluta nella sua digrignante negazione, un autentico intollerante orrore reazionario per la rivoluzione (che è la ricerca d’altro, la spinta e l’amore), quindi esta (falsa) battaglia protezionistica non può essere pubblica nè culturale, come peraltro quasi mai aspira ad essere, desolatamente povera come viene a trovarsi d’essere, ma una irrisolta, privata, bottarciniana posizione esistenziale e psicologica pregiudiziale della vigliaccheria sottesa, l’osceno nervo vitale di un appetito esiziale che muore l’attorno.
Questo sistema della tigna ci è nemico: esso aborre qualsiasi tentativo d’ordine ri-creativo ovvero rigeneratore, peventa i riscatti (del senso, dell’uomo) e le palingenesi e i rivolgimenti, che sono invece alla base e la carne delle interpretazioni rinnovative, che spesso giungono portate dal fuoco in favilla e dai suoi rami avvampanti che calcano i reticoli intersinaptici nel pensiero e nell’arte, queste faville che in queste calde notti di giugno (ora è giugno) si confondono frammischiano con le lucciole orbe per la luce, il buio trapunto ad emettere fasci baleni, come la grande lumaca astrale che procede in lenta spupecafente brillanza d’eruzione in esplosione, cristallizzando in solido i grani rifrangenti di bava ed aspergendone lo spazio tutto fresco creato in tenui grandiosi archi galattici coi fulgidi frammenti d’epifragma ‘cicanti, tutto è intermittante e una pompa suggente, la luce di centinaia di occhi, scie bioluminescenti entrano nel nostro cranio aperto arandolo e vellicandolo dolcemente, una brezza elettrica ci pettina i lobi ipervascoli, le stelle carteggiano il mare dei pensieri ebollienti, flettono le gambe sotto al peso del nero paesaggio presagio, dei famelici ghiri gimelici abbiamo già detto altrove, siamo salvi dentro al lago e nel caorame giù dai piani eterni, fresco affogo nel candore e si va, precisamente qui, che è l’ovunque cercato e scelto d’altrove.

Tornando all’ordine, per un attimo sempre, la Mortificazione del Paesaggio è uno dei temi cardine di Dolomiti Contemporanee, dal 2011, per una Montagna che non sia una Scragna, e invece piuttosto splosiva ruttiva e fumante, ovvero un’opzione critica di autoanalisi costruttiva e strutturante che rifiuta l’insulso prevaricante, presente e reagente dunque, non una sassaia svenduta alla massa-ia, ma un attizzatoio che rilascia getti di plasma antingoio: ecco le formazioni, lo studio e la guerra, la fiamma del drago e il soffio atomico di fiato nucleare (Atomic Breath), a pensare, proteggere, insorgere, tuonare, stigmatizzare, rinsfottere, igienizzare, rimboccare coperte di cielo (Ko), porre e proporre, riprendere, riaccendere, trasformare.

Far morto un contesto, distruggerlo e ridicolizzarlo a favore dell’intrattenimento dell’uomo-locusta, la mortificazione del paesaggio, in prima analisi, non è che la morte dell’uomo stesso, o perlomeno dell’uomo giusto, quello spinto a orientarsi correttamente, attraverso la ricerca e fronteggiando l’esserci e la morte e la festa e la natura e le altre cose degne in modo degno, e questo è l’unico uomo che c’interessa, perché è opposto, si oppone, clangor di battaglia gran tenzone, elevando un’intenzione contro alla stagnanza deteriore, e così sia, siamo troppi sulla terra, i modelli son banali, vendi tutto ai porci cani.

Ma se ci solleviamo procelleschi è perché siam cavallereschi, gonfiamo il torace nel cranio la brace, e sviluppiamo un rovello esteso di masse reagenti, che sarebbe a dir per l’appunto la critica applicata alla croda come una tutela procurata e tesa al manico della manera, rifiutando le visioni miasmatiche da diporto, allora forse il Patrimonio non crepa più in deprimente paradosso come un pieno nel vuoto, e sta parola puoi forse persino ricominciare ad adoperarla senza abusarla e così via.

La mostrificazione del paesaggio e della montagna e del patrimonio son la sua desolante destituzione, prostituzione, reificazione, e non lo si vuole, non lo si consente.
D’altro canto e si sa, anche la sua mera conservazione, protezione, difesa, eleva alle volte degli argini bassi, ottusi, illusori, insufficienti, disperati, o mal recepiti, nel clima generale di trivio e di sdegno disperato, e mai dunque applicati.

Il Paesaggio, in particolare quello della Montagna assediata, assordata, svenduta, trafficata, ridotta a un merdaio intasato sporco e guasto, è il nostro tema di vita (la viviamo e scaliamo), tutela e proiezione.
Di esso c’indigna la gestione e la fruizione, quando queste, non di rado, vengono affidate agli amministratori poveri e inadatti, quelli incapaci di visione e privi di doti nel testone, questi ingordi regnanti capziosi arroganti, e ai loro fruitori ignoranti, malformati, quelli che la traversano incuranti, la Montagna, dicendola bella soprappensiero con un dito piantato nel naso umido, e facendola a pezzi, senza scorgerla né scoltarla senza capirne l’incanto (che è tale se le stan distante), e intasandola di un’ilota presenza invasiva, almeno la zecca non s’atteggia a diva – e sa dove sta, ti mangia da là.

da Little Shop of Horrors, Frank Oz, 1986 – oz lo trovi attore in un cameo di An American Werewolf in London, Landis 1981, e, come doppiatore, è la voce di yoda in Star Wars, fanculo.

Esempi a caterve, una noia elencarli, bisogna impugnarli, scoccare sti dardi veleniferi, preservativi. 
Rumori molesti, le grida nei piani tra malghe e forcelle, tornanti rombanti, le moto arroganti, quei peti dal culo dei mezzi guidati da nani assordanti, sporcizie pei boschi, ometti a milioni sentieri cialtroni: da lì vengono visioni d’igiene celeste, rosso-celeste per la verità (giustizia fantastica ad orologeria): un Gracchio Pensante Gigante (a causa di una mutazione genetica causata dall’eccessiva ingestione di pastin e polenta lasciato per fretta compulsa dalle schiere scomposte dei turisti-flogisti ai rifugi-latrina, e grazie all’aria sottile che penetra il suo ventre scurrile, ecco che accade ad esso animale alato imperiale, che ama il tormento nel giuoco predatorio, e questa è una caratteristica assai peculiare e sorprendente e spaventosa, di venire a svilupparsi in guisa e misura d’intelligenza, rabegolino, cosicchè le sue cellule encefaliche, fortificate dalle pietre poco arate nelle teste galivate, si moltiplicano e affamano a dismisura, ma l’unica cosa che lo può nutrire è dell’altra, alta, sensibile intelligenza cristallizzante, sì rara a queste quote, un tragico fato s’annida di lato, ed è così che il poderoso uccel-predatore-cervello rischia ogn’istante un destino d’estinzione prometeica, ecco l’acume in regressione continua e scomparvimento montano, stiamo dicendo) si slancia dall’alto e artiglia due pullman del finsettimana, gonfi di gonzi grassi in ciabatte, li porta nel nido di cima (cima di cui i gonzi mai conosceranno il nome, non se ne interessano, son pieni d’altro, ma soprattutto vuoti, d’idee e creanza, come otri al deserto, vacanza suina, geografia leporina), i piccoli si dibattono eccitati e sbranano e con gl’adunchi beccacci scarnificano furiosi i corpi dei boriosi: ma ecco che subito muoiono, per un’indigestione d’imbecillità.
Canto notturno di uno sgraziato predone predato errante dell’Alpe. Che cosa è la vita – domandiamo retoricamente in questa nostra mostrusa operetta morale – d’un povero turista ingravato, per l’esistere e per i luoghi menato, d’un lurido ascesso stremato, passante distratto mai nato? Il viaggio di uno zoppo e infermo che con un gravissimo carico in sul dosso per montagne ertissime … non sa dov’è, monstruosa la sua presenza d’assenza, la noia ci sgomenta le bale, questo essere brutto e inspeciale perchè vuole esser larvale, va abbattuto (dialetticamente) ed in questo non c’è lutto.
Altra parodia vendicatoria dal mostruoso montano, che scherza e ti brucia: dal laghetto celeste specchiato vien fuori con larghi cerchi d’onda un Vibrante Castoro Assassino lungo dieci pertiche, gli incisivi a sciabola abbattono e smanzicano un’intera foresta conifera arcaica, sui cui fusti un Presidente Ingellato nel Niente stempiato ha aggrappato, come Edera Olimpica Tragicotante Imbriaca, una selva miriade di stanze opulente di vetro brunito, per issarvi i viziati turisti sperienziali culoni, una boccia spumante al tramonto, e cagar poi giù dentro a quel tronco dal bivacco da scena (sulle comiche scenografie bivacche diremo presto delle cose, dato che questo spazio minimo della resistenza e dell’attacco, attacco alla cima di chi scala – ma chi progetta spesso non sa scalare l’oggetto, ed è solo un ambiziosetto in parapetto, ma certo, ne abbiamo anche per loro, mellifui impostori che fan le infrastrutture belle che non servono a un cazzo – e questa è un’altra delle accezioni negative di mostruoso – questo spazio dicevamo è ora al centro di un grande chiacchiericcio ora, nel quale si alternan le voci sonnolente e i nitriti bassi degli scandalizzzati ippo-caisti dalle meningi di pietra, per immobile coerenza, mairinnovativi solconservativi, con i fischi acuti rancidi dei falchi da esposizione, che costruiscono altre serie di bivacchi-casetta aleatori di cristallo spettacolari – sinonimo di incruciali – per la generica montagna che non c’è, trasformando gli interni necessari nelle vetrine pei panorami, come alla fiera, cosicchè non hai più né mensole né stipi, e che cosa ci stai a far lì dentro, dove sistemi l’attrezzatura, guardi fuori o ti fai guardar dentro alla Biennale, mona?) – gli scarichi infatti non son stati progettati, e il freddo in quota muove i visceri sotto ai tessuti pregiati; Il Castoro par ridere sguainato, trema il colle pel suo fiato, mentre trita i cristalli e li sputa sul prato (su di un vecchio tremante che si crede elegante nei grigi curati, ci ha una zampa sì enfia Ma-La-Gotta lo scuote non fa che ripetere parole sì vuote; i turisti superstiti raccattano al volo argenti e calici e discendono inabili i canali di feci, sciandoci sopra malamente, poi vanno al rifugio a ballare, una bella festaccia After Death. D’altro canto, al Villaggio, il Ghiro Guercio Ansimante Magistretto mica ha il culo stretto.

(qua c’è un razzo su lucciole e larve cannibali, se lo ritroviamo)

A questo punto però non si sa più di che diamine di mostri stiamo parlando, nevvero? e che cosa siano mai questi concetti paurosi (o protettivi?) e a chi o a che cosa essi vadano attribuiti, o cosa sia davvero ed in che modo mostruoso e terribile e spaventoso ad esempio, spieghiamo ancora due cose dunque, in che senso si possano intendere queste parole, anche se l’incertezza è propria degli incerti, già spolpati, che gli altri sono nati, hurrah che sono nati.

Diciamo prima di alcune cose male intese, e di come una certa sensibilità automatica e gnente affatto coltivata, possa far prendere dei granchi, giganteschi anche loro (Un granchio gigantesco dall’ultrasmania frantumava cime come grissini con chele stracciaintestini), impedendo a certe (mezze)persone di evolvere ed affermarsi nell’unica profondità persuasiva del senso, non avendo codesti siffatti parventi sospesi inessenti spregiudicati il potere d’impedirsi sulla lingua ben gonfia protesa una bislacca opinione (doxa, paradoxa), che, per quanto letalmente impropria, viene ad informare le loro vite e conoscenze mai state e impressioni sperdute: sapienze non avendone, non possono costoro appellarsi che alla singolarità e soggettività del gusto, che notoriamente non esiste, dandosi solo, laddove essi, col mistero e la fatica, vengano fatti effettivamente esistere (*piombando in terra dal cielo – il cielo è il resto dello spazio – come bolidi alieni incendiari splodenti), dandosi sempre e solo, a saperli giudicare (ma per far ciò devi intuire e poi studiare), di fronte e dentro alle cose estetiche, assunti qualitativi propriamente misurabili e verificabili, che potresti perfino tradurre in un numero preciso su scale geometriche parametriche, le griglie del bello, o brutto (goncourt 1864), se tu sapessi contar valore invece che cantar malore, e quindi ogni valore è senza dubbio inscritto e certo e certificabile, come ogni disvalore è sicuramente e necessariamente martellabile.

ALCUNI MOSTRI TERRIBILI E BRUTTI, OSCENI DEPURPI.
 LE MOSTRUOSE SCULTURE DI LEGNO DELL’ARTIGIANATO ANIMALICO PRODOITORIO.

Intelligente e sensibile non è, quindi il massimo che ha potuto ottenere è un’inconsapevole autodichiarazione della propria brulla pochezza, con la cui denuncia però egli fatuo trombone narciso s’agghinda, e lo potete definire forse, se di ciò che non vale vi volete occupare, un Furbo su Vaia, questo tajalegne da quattro soldi sciatto e dalla chiacchiera dappoco fluente scadente, mica capace a incantare un buono serpente, ma certe donnette e omuncoli creduli che si tratteggiano Nel Sol di Natura e tirano piano a campare inspirando atteggiati come poveri bhikkhu-montura autoimbanditi (no Upasaṃpadā), e inalando ogni peto frainteso di vacca sorella all’alpeggio, e codesto biscraccio, che per puro caso e non per elezione abitava i margini di un bosco malinconico del tutto inconsapevole della sua asfittica presenza mentale e materiale,

[notiamo: il bosco non è indifferente a chi gli s’insinua dentro: respira e stormisce più volentieri la sua chioma e fronda, se non riva qualche chialtrone mezzoseghifero a svilirlo adulandolo o a dire assai male il suo bene / ci raccomandiamo poi: schiacciare sempre, come gli allegroni intananti, i narratori di bassa levatura, che non sono affatto scrittori ma spazzatura]

cavalcandolo in retorica, per qualche misero copeco, e tagliava male e scolpiva peggio (come ogni piccolo autocostruito idoletto paramontano ritagliato nel cartone, che un tempo stava sbronzo alla sagra, ora campeggia ghindato in televisione), ed infatti era detto Il Maltajar, o Maltajante, un mariuolo inetto vischio-tracotante, privo di linfa e d’inventiva com’ogni copiativa, e però lui forse già usava dirsi artista, come fa spesso, attribuendosi generosamente un titolo a gratis ed acclamandosi, chi non lo è affatto, non possedendo alcun requisito o talento nè avendo avuto mai alcuna capacità di condurre una riflessione onesta (chi si dice onesto – o con quella parola titola una merce, qualchecosa di approssimativo che si vende facile sugli scaffaletti delle rassegnate librerie prostibolari che non scelgono i libri, peste colga gli emuli degli autoincoronati, che sono un flagello – non è che un altro farabuttello portunista) e approfondita su se stesso e sul reale, perché non ci arriva, e se l’avesse potuto fare si sarebbe in effetti risposto da sè, dicendosi: se non so fare un cazzo di buono o di bello, meglio che stia fermo per non essere zimbello; ma invece no, faccia di bronzo del venditoruzzo d’uno scampolo di piacente natura incalmata alla boutique degli incensi smaccati di pino introjato, basta che sia poco impegnativa naturalmente, sennò ci si stanca, questi sono onesti come Wanna-Li-Marchi, venderebbero il culo per una boccia di vin qualunque o due gocce di torbida gloria marrana, ma insomma, ‘sto altro mezz’uomo delle mezze cime spezzate e però assai assertivo che predica silenti posture alpine forse avrà letto un suntello di Muir ma ad Emerson non c’è mai arrivato, stava chino sulle legne come altri stanno seduti al cesso, in attesa di un’ispirazione o di un peto, e quando finalmente ce l’ebbe, e fu naturalmente per mangiarsi un boccon di territorio, venne un sorriso nel pulirsi la bocca lercia dal pasto proditorio.
Un comune malinteso, che fa leva sullo studio poco acceso (e sull’assenza di abilità e intuizione estetico-plastica, naturalmente: sull’interpretazione scolastica, scoliotica, scolopendra), porta alcuni spregiudicati fanfaroni vanagloriosi a far gli artisti del bosco o nel bosco, banalizzandolo in tal modo del tutto e soffocandolo con la logica belata della banalità della natura encomiata, venerata, abusata, parodiata, strapazzata, sbudellata, quindi impiattata e rivenduta in insalata.
 Cos’ha combinato mai dunque questo cieco mostro d’incapacità?
Mostro è sì l’altro, ma anche chi, mendace, sappia apparire come altro, non essendo invece che un Nulla nella Caverna, dove si proiettano grandi le ombre dei piccoli, e lì a guardare colle ebeti bocche spalanche stanno i primati della luce.
 E quindi, naturalmente, le famiglie di mostri sono due: ci sono quelli cattivi, che stiamo vedendo, e quelli buoni, che vengon visti solo da chi ha la vista nell’occhio, mica una dote troppo diffusa.
Tornando al mesto remenator di pietose pietanze: intrecciando la rame ed i giunchi, che due balle le navate insellate in natura, ecco la sua colpa, se hai appena e che pena la capacità artigiana di dare una forma riconoscibile ad un mucchio di verde in soggetto, e sei vanitoso o servile, ecco che ti verrà la voglia di proporre a quel Presidente Attillato che parla come un Ortaggio, di proporgli il cesello dell’animale rappresentativo, l’animale del suo blasone, che dovrebbe esser Porco e non Leone,

[anche se c’è leone e leone, ricordiamo cosa accade alla fine del dialogo dell’Islandese con la Natura: due sdentati leoni veneti esausti, così rifiniti e maceri dall’inedia, se lo mangiarono o forse no, e invece fu ei sotterrato dalla sabbia dei venti, ecco la disperazione da cui molti traggono i mostri quali inconsapevoli ricettacoli apotropaici, scaricando all’esterno le ansie e le incapacità di volgersi al diverso e così via]

e lui, colle braghe strette e li ricci stenti tenuti su coi saponi sagomanti, lui che nulla conosce tranne l’imbottigliatrice e il trattore, battezzerà come un valoroso tipico l’artista della selva, che ha rappresentato il potere dello stato, l’arte pubblica in Italia anche qui abbiamo già fustigato, fa pena come la maggior parte dei suoi amministratori, guai a fare d’un agrimensore un governatore, altrimenti il tuo paesaggio diverrà l’orto, le sequoie radicchi, la champagna prosecco, l’ignoranza un gran vezzo periglioso, che dimentica il valore per il soldo lacunoso, con canova, palladio, scarpa e tutti gli altri che se ne vanno al palio.


Piante Monstrouse? The Day of the Triffids, UK, 1963, Steve Sekely 

ALCUNI MOSTRI TERRIBILMENTE BELLI, CATEGORIE IN GIOCO.

Il mostro è bicefalo dunque in principio.
E allora perché non l’hai dette all’inizio, le parole chiare se ci sono, e traverso tutto questo maroso psicocritico di vaglio e crune faticose ci hai tirato e sfottuto, fatto passare?
Perchè le cose son chiare a chi non abbia un animo indecente, obscuro, mai nato o poco sviluppato, quindi dir la verità dritta è inutile, oltrechè una noia, jaghesca, e più divertente e necessario lo stigma: perché altrimenti ci sarebbero lo Sciocchezzaio, Bouvard e Pécuchet?
Quandunque.
Esiste un mostro brutto e cattivo, pernicioso: è quello che abbiamo irriso e inculato finora, dato che quest’elfo mentale e morale oltraggia ogni sogno e il bosco e il reale, ad ogni piè sospinto, mai spinto, col suo contegno plebeo, con la sua indifferenza per la differenza, le idee e le immaginazioni e allucinazioni, che son la base prima della qualità dell’essenza, con la sua borsa aperta di traverso sul petto e sopra al cuore, borsa che gli palpita assai più dell’anima, per l’un motivo o per l’altro seccata, rappresa, invenuta, mai stesa.

Lo sappiamo bene tutti, come son fatte le persone, questi mortali terrificati, nelle loro teste sante, aperte, bacate, chiuse.
Due schieramenti si contrappongono, par sempre.
Lo sappiamo che l’essere stati proiettati cacati gettati senz’alcuna spiegazione nel mondo ha dato luogo ad una serie di reazioni micidiali, esplorative (poche), difensive (moltissime), punitive (malattia e vendetta umana e sociale), delle quali i più non sono consapevoli, perché tali componenti ed istanze e comportamenti e reazioni esistono ad un livello della presenza esistenziale che non viene raggiunto toccato intuito da ognuno, e la maggior parte è una schiuma scioperata che galleggia là sopra al terrifico gorgo del fetido pozzo nero, ecco le scimmie che ruotano in maelstrom, assai raramente uno sa che sta danzando davvero, segrete velocità dell’astro e del sistema solare.

Il mostro non è necessariamente un essere deforme – e se lo è forse commuove, se di sommuoverti sei capace e non hai messo in ghiaccio il carapace – come un cristo spezzato o un fratello caduto: eccoti Freaks, Browning, ‘32, ridi del pianto, piangi del loro ridere, Gabba Gabba Hey, lo sdegno aguzzino del porco assassino, la profonda dignità nel baraccone (che è il mondo degli umani) di John Merrick, e così via, l’ab-normalità del mostro rigenerato (Frankensetein, Re-animator), gli altri tutti che sappiamo, suggiamo, son testimoni della morte, in ciò l’uomo, nei canali introversi ed impliciti, sembra perfino profondo, quando continua a metter fuori cose prossimative sull’ammazzamento, il terrore: pare persino pensarci davvero, al morire, ecco l’horror come chiave esistenziale, travestita di gioco, nell’esorcismo etcetera.

Il mostro è semplicemente l’altro che si teme, in quanto diverso, a meno che tu non straveggoli, che anche questo è interessante (Sindrome di capgras, imposture e sostituzioni, come avviene anche nella realtà mostruosa raggirata nelle clausole d’acquisto – chi vende non sa creare – quando questi coglioni smisurati, dai bifolchi già incensati, che col crasso malgoverno van da tempo distruggendo le ragioni di regioni cancellando direzioni – qua i nitriti nel deserto – mentre trafficano baccelli botanici cavi nelle fiere dei paesoni, non sapendo giudicare com’è fatto il ben cercare, spacciano e coronano certi inetti venditori per autori, loro se li bevono – facce rosse e politica del biascico al bancone – e quelli vendono le indegne breghe compensate, insieme con l’animaccia propria, appendendola al molle albero falso, schiena flessa mal pepato, sto barone impenitente lui gli è il principe azzerato – zeta di zero – andrebbe preso alle legnate e prontamente denunziato, gli ha distrutto sia la piazza che il sagrato, solamente sa berciare il gran mercato, vanitoso quanto assai mal disegnato – forma e genetica una poltiglia sono a collo di bottiglia).
Uscendo dal poco z-osceno e semplificando: cerchi, e se cerchi cerchi solo il diverso da ciò che hai già, sulla terra, nell’arte, nella scienza, nel cosmo e nell’amore, in psiche. Cerchi nulla, e allora ogni atomo frammento o porziuncola di difformità ti sconvolgerà e offenderà, e risponderai col tuo chiuso inascolto ignorante, oppur peggio, attaccherai, ferirai, ‘ciderai, per non vedere mai nulla che cambia, altera, muove, drogando malamente (con tutto il bene che c’è!) la tua statica incoscienza: ecco la distruzione lo scempio la morte.

Sin da piccoli taluni son colpiti dalle cose come frecce,

[di solito son gli stessi, niente affatto spettatori condizionabili, mai soggetti che accettino di farsi condizionare o persuadere da altri, ben diversi dal pubblico ammaliabile che accetta di farsi toccare nelle corde d’emozione e sentimento, son quelli invece in dialogo con gli spiriti grandi, quelli che il Sublime conduce all’estasi, se vuoi, ma anche ad altri luoghi, più controllati e importanti, di conoscenza; quelli ai quali è chiarissimo, dato che, possedendo le caratteristiche o doti necessarie di sensibilità propria e portata, ovvero le fonti innate (φύσις corroborata e accreciuta da τέχνη), e che, dopo avere costruito nel lungo lavoro di lettura e d’attenzione le proprie capacità d’elocuzione, avvertono, sentono e comprendono come un fatto eccezionalmente reale e stupefacente e vigoroso e una corrispondenza, il fatto certo che la letteratura sia in grado di modellare un’anima (Pseduo Dionigi), e che, per un’anima elevata e opportunamente nelle buone frequentazioni intellettuali e spirituali modellata, sia possibile infondersi completamente in un’opera d’arte (μεγαλοφροσύνης ἀπήχημα), e così via, nel concretissima, extramondano sentimento della risonanza compartecipe (comprendere e con-sentire, Pasqualotto), e così via. 
Senza voler qui ripassare l’intero Trattato del Sublime e la Poetica, è però ben chiaro come tali sensibilità siano in grado e debbano occuparsi d’estetica, del bello, e anche del sublime, adoperando a ciò chiavi le più varie, in verità, alcune delle quali includono i filtri d’ironia, il comico (Bergson) critico, l’inclinazione tagliente del giudizio caustico, potendo avere a che fare, senza supinamente suggiare, con lo sconvolgente, con φόβος, θαυμαστόν, ἔκπληξις, alimentando d’ogni termine l’accezione propositiva e straordinariamente costruttiva dei termini espansivi; ecco allora che il terribile non ha a che fare con il terrore passivo per uno spettacolo ingovernabile, ma corrisponde a grande, straordinario, eccellente, (Vasari), etcetera.]

ma soprattutto dalle cose e architetture e pensieri e forme dietro e dentro alle cose composte nella falsa evidenza e nauseante del primo piano (Kafka), senza mai far di ciò un pietoso vezzo o una posa flaneristica, siamo invece a piantar la torcia chirurgica negli anfratti bui e nei budelli e camini del reale che è una croda; ecco che qui, per chi può, si schiudono gli universi in espansione della tensione pulsiva, della esplorazione e dell’eccitazione per la possibilità di informazione e trasformazione a cui tutto è sottoposto attraverso studio e concentrazione e proiezione, si aprono le rose delle possibilità ulteriori, ed è così che si cominciano a studiare i grandi uomini, che sono sensibilità (sentimento) e capacità (rappresentazione) straordinarie e fuori scala, e ciò che è straordinario e fuori scala, ovvero più grande del piccolo che è infimo (morale, umano), è un diverso, gigante, mostro, per il quale chi teme d’essere e osare e penetrare a fondo prova paura, terrore del coltello nella carne, e così via, eccoci qua, anche se questo già lo si sa.

Il mostro piccolo è il tuo vicino dunque, quando quest’attributo egli non merita, lo rendi tale solo perché sei un incapace, stupratore, linciatore, indegno, malnato.
Oppure è grande ma non enorme, come Audrey, come un Trifide – ecco altri riferimenti preziosi alle ironiche mostruosità xilogenetiche che vengon dall’arguta spiccia cultura cinematografica della suppurazione qualitativa – e vuole mangiarti vivo o ricovarti altro ta te, come negli ultracorpi, body snatchers, altri cosmici baccelli panici, ne conosciamo a centinaia, alcuni giovani maestri pittori esercitano assai seriamente su di essi le proprie inancillari doti radianti, di spirito e pennello, su queste figure o su quelle assai più vaste.

Il mostro grande può costringere a mettere in gioco sta categoria del sublime, sulla quale alcuni per l’appunto giocano qui, in questa mostra.
Se finalmente oppure ormai troppo vengono dei giganti, sono titani naturali o macchine evolute o aliene, che traversano gli spazi e divorano i nemici, per proteggere gli amici.
Codesti antichi e moderni creaturi archetipi supernaturali vengono interpretati nelle guise e nei plastici rimandi d’ognuno, ripresi, giocati, ecco le maschere ed i satiri, le garguglie fantastiche, le matrici bestiali dell’uomo, o animali esseri astrali o tropicali e gli idoli: ma non i nani da giardino.
Quando, micropunta scandaglio, ascoltiamo penetriamo il sublime dinamico di beethoven, la creazione o mozart, e la meraviglia travolgente scorre e sconvolge infinita, per burke e kant e schiller e, però anche con winckelmann, che mai vogliamo perdere la misura del pur scoscendimento cerebrante ed occorre sempre un canone a regolare l’erogazione empatica lisergica dandole forma appropriata, ecco che avviciniamo la vita pulsiva che s’espande con i moti rivoltati dal cervello, niente salse né solfe, solo sangue che s’indiscioglie e caglia nell’opera della compulsata travolgenza (occorre anche bach, naturalmente, per non cadere cedere allo sgomento del metal nell’antitrascendenza).

Infilare il dito nel cuore, finalmente. Rappresentiamo e parliamo, alcuni lo fanno, della spaventosa potenza della natura, certo, con schopenhauer e leopardi certo, ma senza accettare il ruolo di soccombenti (astanti pigri schiacciati sofferenti), al quale preferiamo di granlunga quello di guastatori inconcupiscenti, che aumentano il valore della cosa traverso conoscenza e sensazione, senza cacarsi anzitempo, e senza accettare la penitenza gregaria di chi sta in fila nella veste mortuaria.
Lo fanno tutti gli artisti di questa mostra anche, schierati in formazione aperta, portando le loro architetture cuspidate che destituiscono il falso tragico dell’insipido, animando le sale incaverne di Casso di lucide lingue saettanti che rompono i blisteri nei brodi fluttuanti e annidano uova reformiculanti. Tra questi artisti presenti notiamo quelli maestri non franti nel vespro sepolcro, alcuni dei quali han scavato con noi, rodendole arvicoli, negli anni radici via fuor di ceppaia per farne sculture dell’antiimposture; e poi se ci guardi ora scorgi colonia di giovani mostri in erba, già pò più d’un poco sbozzati e dal legionario ronchiano aqqui presentati, anche loro han portato siringhe cristallle pei prelievi e organici ignetti in paesaggi e castelli babalici o intorcoli sprazzi, è la cura sponsabile che rifurmula l’essere instabile e lo libera sferzarginandone il lasso.

Molte persone alla montagna, come in ogn’altro altrove, per costituzione o per pavida autodestituzione, si crocifiggono ad essa traverso i sistemi della gretta comunione con la tranquillante conservazione.
 Eccoli qui in tutta la loro biologica rinunzia o saccenza, questi abitanti degli alti mondi sotterri, sempre rinfrancati dalle ciclicità, dato che ogni ritorno rende un poco meno cupa la prospettiva della sparizione a chi non è mai entrato in istato di riflessione, e quindi avanti con le odi antipaniche, egloghe coliche delle stagioni, ora si è in piena fienagione quattorno, a tutti rifanno alla campagna e alla montagna, tenendole, quel che è sempre stato fatto dagli avi, e questa conoscenza contiene certo memoria di vita, ed anche una specie di agiografia della fatica e della disgrazia e della condanna, quella cavalcata disperata cantata dai Tafarel, maledetti carcerieri, che a questi uomini quassù, rappresentandoli come dannati, ha tolto ogni speranza, facendo dell’alpe un’ade.

Allo stesso modo, chi non sa perforare le pareti con lo sguardo, perchè gli è molto chiuso o un poco codardo, vi dirà che la montagna è eterna ed immobile, mentre noi siamo piccoli e fuscelli e inabili (alcune sue possibili mostruose accezioni di mostro? Na paura mòstra. mostrìčo e kanaiéta, …), lei non cambia ed enorme domina il paesaggio, e noi chini e impotenti dovremmo adorarla, paesaggio che invece, tu lo ammetta o no, ci include, dato che l’abbiamo posto e postulato noi, e va esso di continuo pensato e co-generato, se non sei un irresponsabile menomato che lo vuole far crepare, o un parassita sfruttatore del sublime a scopi difensivi, il vilsublime, che dunque di questa enorme montagna dominante fa un mostro d’idiota passività paralizzante, destituente ogni principio di neo-orografia ultramuntana, nel metamorfismo contemporeneo che è un portato d’alpinismo culturale etcetera,
il tipo di mostro che occorre a chi, nella testa, non smuove, e sostiene, sente, crede di credere, pretende, nel timore, nella paresi mentale, che nulla vada cambiato mai, che dei o destino dominino sempre ed a loro occorra adeguarsi soggiacere con modestia (tafareliana), ed eccolo qui incarnato ancora dunque, il malevolo principio deleterio dell’impregnante statica assoluta che ammazza, coi suoi virus perigliosissimi di tradizione e folklore immobili intrasformati ad esempio, che uccide ogni ingegno ed artista, e crea immagini proverbiali e artigiani falsari mercanti e ricettatori di antichezze caricaturanti souvenirizzate, penati banali alari peltri, che metti in cascina come fieno raffermo, non sapendo rivoltare la zolla, a quel punto paventiamo più l’incendio, venisse poderoso coi fulmini a rigenerar gl’inganni, trasformando la terra in inchiosto: e cagliostro?

Dovremmo poi completare quest’immagine dipingendo questa montagna impeciata depotenziata come una piatta pietra schiacciata, cinta e presa a tenaglia tra due deboli forze opprimenti e opposite: la prima è quello ora detta della conservazione reazionaria del culto bisavolo che teme ogni smossa, e per questo si va ad ancorare ai ritmi coatti in natura o al grande che domina e zitti: il più grande conforta il sì fatto si piccolo, che si dice modesto e lo è: ma non nella degna cultura paziente e invece in tal cranio d’ispirito, smorto: è questa la specie che cerca bivacco rifugio nelle staticità di pretese pavide leggi morali mai state, e impazzisce se provi tu a muovere quei cardini inchiodati d’una montagna rugginita coi suoi corredi di sofferenza, questa visione che cambia niente e conserva tutto, è un’immota soffitta ingombra di legni passati; a questo eccesso di conservazione, si oppone nella tenaglia schiacciamontagna l’assoluta incapacità di comprensione propria del turista bennato, che non assuma mai alcuna consapevolezza del contesto, è avulso dall’ecosisterma, ed è la persona peggiore al mondo, perchè se ne va a riposare invece di vivere per cercare, che è l’unica cosa che s’ha da fare: ecco perchè esso turista lesso non assume nulla, non sa mai un nulla, non sa guidare né girare ai tornanti, non trova i sentieri, non conosce i nomi delle cime, sporca in terra quando cammina, conciona in cresta se mai ci arriva ed il vento porta il suo fiato pesante nell’eloquio pedante, ancora belante, che gli è una pecora, brinda e rutta al rifugio, lui cerca il confort, e così via, che il Gran Gracchio porti via.

La ragione, insomma, armata della pulsione, certo sessuale, ti fa uscire dalla caverna, dalla casa, dal rifugio, proiettandoti nelle stazioni esplorative, che, quando non li introi, sono i bivacchi ad esempio, spazi minimi della sussistenza nella ricerca, aggrappati alle pareti, che servono per attaccare le cime, ovvero per cercare e salire, che è quel che si vuole, vai a scalare, infincheprima, certochesì, altrochenò, pergiuntaoibò.

Poi regoliamo e finiamo sto testo, che però è infinito, come ogni cosa non ancora sfinita.

E, tra prodigi e moniti, serietà e richiami giuocosi, traverso le quinte maginifiche delle specie extrasordinarie o bizzarre forme s-composte delle voracità legnose che stigmatizzano irridendoli gli uomini deboli e franti che frangono e divorano le risorse avite, succhiandone fuori i nettari e i cervelli, invece di aumentarli, avremmo potuto altri titoli e molti in parodia se sai da dove vien che son sua zia, ecco dunque The day of the Xilomonsters, Day of the Words (questi mondi di parole son scudi o missìli, nuclei o ammassi supermassicci in fusione, concentrati e in protrusione, etcetera),


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